Come cambia Whatsapp: privacy e regole, ecco cosa succede per gli utenti

di Arturo di Corinto

Nuovi termini di servizio in vigore, c’è tempo fino all’8 febbraio per aderire, poi non si potrà più usare l’app di messaggistica. L’azienda precisa: “In Europa nessuna condivisione di dati con Facebook a fini di profilazione pubblicitaria”

Anche agli utenti italiani stanno arrivando le notifiche sulle nuove regole d’uso di WhatsApp. La novità è che dall’8 febbraio chi non le accetta non potrà più usare la popolare app di messaggistica. Dal 4 gennaio sono infatti cambiati sia i termini di servizio che le politiche sulla privacy di WhatsApp. Motivo? Garantire una sempre maggiore integrazione del servizio di messaggistica istantanea con la casa madre: Facebook.

Non si tratta di una banalità e non solo per le dimensioni di un mercato che ormai conta quasi 3 miliardi di utenti. In realtà questa notifica cambia tutto. Il motivo è facile da capire: nonostante le rassicurazioni date il giorno in cui Facebook comprò WhatsApp nel 2014, se non si accetteranno queste condizioni (non negoziabili) dall’8 febbraio non si potrà più usare il servizio. È scritto chiare lettere nella notifica, dove sono due gli aggiornamenti evidenziati: la modalità di trattamento dei dati e come le aziende possono utilizzare i servizi disponibili su Facebook per conservare e gestire le proprie chat su WhatsApp.

Le nuove regole all’apparenza non sono molto diverse da quelle precedenti però sono molto più dettagliate. Mentre è pacifico che ogni servizio del genere si scambi informazioni collaborando con partner e fornitori esterni, anche WhatsApp offre a clienti e affiliati “informazioni su ordini, transazioni e appuntamenti, notifiche su consegne e spedizioni, aggiornamenti su prodotti e servizi e marketing” che vengono condivisi con “servizi specifici ad aziende e ad altre organizzazioni”. In aggiunta è scritto sul sito di WhatsApp che “per gestire i nostri Servizi globali, dobbiamo memorizzare e distribuire contenuti e informazioni nei nostri data center e sistemi di tutto il mondo, anche al di fuori dei Paesi di residenza dell’utente e di proprietà dei nostri fornitori di servizi, comprese le società affiliate, o gestita da essi”.

E questo è il punto critico. Mentre non cambia nulla nelle modalità di registrazione al servizio, (possibile dai 16 anni in Europa), nella gestione della rubrica e nei costi, il cambiamento nell’offerta di questi servizi riguarda il fatto che si sono moltiplicate le aziende con cui WhatsApp scambia dati e informazioni.

WhatsApp lo dice esplicitamente: d’ora in avanti tutti i dati e le informazioni prodotte dalle interazioni degli utenti, comprese quelle raccolte automaticamente potranno essere usate da Facebook e dalle sue aziende. Sono molte, globali e popolari come Instagram, Boomerang, Messenger, Thread, compresi i negozi Facebook e le aziende che gestiscono i diritti di Oculus, il visore e gli apparati per la Realtà virtuale, il business del futuro.

Insomma per scambiarsi gratuitamente gli auguri del prossimo Capodanno sarà obbligatorio cedere numerose informazioni personali per molteplici servizi di tipo commerciale. A cominciare dalla nuova funzione del “carrello” dove caricare gli acquisti e che dovrebbe comparire vicino all’icona per fare le telefonate. Ma i dati che possono essere condivisi tra WhatsApp, Facebook e le altre aziende del gruppo non sono solo il numero di telefono e i contatti, il nome e l’immagine dei gruppi, ma anche i cosiddetti metadati, cioè la durata e la frequenza delle interazioni che abbiamo come singoli utenti e aziende, compresi i dati sulle transazioni, e tutte le informazioni sui dispositivi usati per farlo, incluso l’indirizzo Ip e la posizione nella rete. Il rischio è che la nostra attività online sia sempre meno riservata.

La motivazione ufficiale rimane quella di migliorare l’infrastruttura e i sistemi di consegna, garantire protezione, sicurezza e integrità dei prodotti delle aziende di Facebook per prevenire abusi e violazioni, migliorare i servizi e l’esperienza utente, eccetera, ma a pensarci bene il nocciolo della questione è quello di comprendere come vengono usati i servizi delle aziende di Facebook, per offrirci quello che siamo più propensi a desiderare, e acquistarlo sulla base della profilazione dettagliata delle attività del nostro account.

In serata, sul sito dell’Ansa, è arrivata una precisazione della società: “Non ci sono modifiche alle modalità di condivisione dei dati di WhatsApp nella Regione europea, incluso il Regno Unito, derivanti dall’aggiornamento dei Termini di servizio e dall’Informativa sulla privacy – spiega un portavoce di WhatsApp – Non condividiamo i dati degli utenti dell’area europea con Facebook allo scopo di consentire a Facebook di utilizzare  tali dati per migliorare i propri prodotti o le proprie pubblicità”.

Perché non lasciamo Whatsapp

(di Riccardo Luna)

È interessante quello che sta accadendo a Whatsapp da qualche giorno. Un aggiornamento perentorio – prendere o lasciare – delle regole contrattuali ha scatenato un allarme diffuso. Il messaggio inviato agli utenti lascia intravedere una integrazione maggiore con Facebook dei nostri dati personali. Qualcuno ha immaginato Mark Zuckerberg che può leggere le nostre chat; altri l’arrivo di pubblicità mirate in base ai gruppi che frequentiamo; i più cauti si sono limitati a realizzare che forse a Facebook avranno anche il nostro numero di telefono (già ce l’avevano). Qualche amico mi ha mandato un ultimo messaggio drammatico del tipo addio, mondo crudele: “Me ne vado di qui, ci vediamo su Signal se vuoi”. Signal è una ottima alternativa a Whatsapp, per molti versi migliore di Telegram, ma nessuna delle due è mai davvero decollata e un motivo di sarà. Questa “crisi diplomatica” di Whatsapp ha portato ad un’impennata di nuovi utenti sulle due piattaforme alternative. Boom di iscritti! Negli anni scorsi l’ho già scritto almeno un paio di volte e Whatsapp è sempre rimasta leader assoluta di mercato. Come quando ci sono le campagne per uscire da Facebook, sembra una cosa enorme e nei dati si nota appena una increspatura di utenti in meno. O quando finalmente qualcuno si rende conto che la quantità di dati che diamo a Google usando Chrome per navigare è davvero scandalosa, ma quando poi ci propongono di usare come motore di ricerca DuckDuckGo o Brave come browser, diciamo che in effetti Google non è così male. 

Non sto minimizzando quello che è accaduto, sto solo cercando di leggerlo in prospettiva. Non ce la vedo una fuga di massa da Whatsapp adesso così come non c’è stata da Facebook e Google (ma anche Amazon è rimasta indenne dalle varie campagne per boicottarla): cambiare abitudini, anche nel mondo digitale, è faticoso: quando sei dentro un servizio, uscirne è problematico perché lì “c’è tutta la tua vita”. Insomma Whatsapp non sta per tramontare. Tanto più che questo cambio di regole che ha allarmato tanti non incide quasi per nulla su noi utenti europei che siamo protetti dal regolamento privacy che va sotto il nome di Gdpr (qui inoltre la precisazione di Whatsapp dove si spiega che le nuove norme non riguardano i messaggi che ci scambiamo con gli amici). 

Epperò questa reazione di allarme diffuso non va sottovalutata: segni di insofferenza verso i giganti della rete sono sempre più frequenti. Stiamo lentamente ma inesorabilmente diventando utenti meno superficiali. Ma finché cliccheremo senza pensare “accetto” ogni volta che un sito ci dice che “per il nostro bene” condividerà i nostri dati “con alcuni partner selezionati” (spesso decine, misteriosi e inquietanti), la privacy sarà spacciata.